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Per una critica del sentire comune

Rivista online · dal 2009 Ultimo articolo · 25 settembre 2026
Rubriche

Qualche riga ai miei figli sull'operaismo

All’inizio degli anni Sessanta in Italia e altrove inizia la crisi del fordismo, quella forma di organizzazione del lavoro in fabbrica legata alla catena di montaggio. La crisi però è lentissima, le imprese stanno cercando soluzioni ma intanto sfruttano al massimo la produzione di tipo fordista (vi ricordate la catena di montaggio cui è impegnato Charlot?).

Alcuni gruppi operai particolarmente combattivi, per primi alla Fiat di Torino, sempre più insofferenti per le condizioni di lavoro, per l’orario, per il salario, scontenti della scarsa iniziativa sindacale in fabbrica e dei partiti nel sociale, si inventano delle forme di lotta che sorprendono impreparata la direzione della fabbrica. Quelle forme di lotta, si chiamavano scioperi ‘a gatto selvaggio’, erano capaci con poca perdita salariale di inceppare il meccanismo della produttività danneggiando i profitti dell’azienda.

L’invenzione di queste forme di lotta e la loro diffusione, boicottate appunto dai sindacati e anche da quasi tutti i partiti, segna la storia delle lotte operaie in Italia per tutti i sessanta fino alla fine dei settanta. L’operaismo ha studiato e studia quelle forme di lotta.

Ma come funzionava la lotta?

Provate a pensare alla catena di montaggio di Chaplin in cui insegue il pezzo da bullonare obbedendo al ritmo con cui scorre la catena. L’operaio ‘selvaggio’ comincia a non tollerare più che il ritmo della catena continui ad aumentare senza che lui ne abbia concreti benefici e anzi richieda uno sforzo fisico e mentale sempre superiore. Provate a pensare a lavorare per ore con le braccia alzate alla catena elevata. Intollerabile è poi  che il salario conosca una paga base ma anche una parte variabile che viene retribuita sulla base del rendimento: dipende dalla media dei rendimenti individuali di una squadra sotto la pressione dell’aumento del ritmo della catena imposto dalla direzione.

Ma non solo, la maggior parte del salario è fissa ma ce n’è poi una che viene pagata in base alla produzione collettiva di pezzi di una squadra. In pratica alla fine della giornata il salario rischia addirittura di essere inferiore al solito, in più l’operaio ha speso una quantità di energie superiore al solito per produrre più pezzi i quali, divenuti poi merce sul mercato, aumentano i profitti dell’azienda.

Questo è quello che l’operaismo, sulla scorta delle analisi di Marx che aveva già capito tutto a fine Ottocento, chiama furto del salario.

Come facevano i gatti selvaggi a interrompere questo furto? Si mettevano d’accordo con un paziente lavoro durante le pause, alla mensa, nei cessi, o nel dopolavoro, per saltare un pezzo ciascuno ora sì ora no, una squadra sì e una no. Ne succedevano di ogni e la direzione non sapeva chi incolpare. A volte i pezzi non lavorati si accumulavano sopra quelli lavorati e la catena andava in tilt. A quel punto la direzione bloccava la produzione senza sapere chi incolpare e ne veniva un danno notevole all’azienda.

Questa forma di lotta poi si evolve e dura fino alla fine degli anni settanta perché di fronte alla forza ormai pubblica e diffusa espressa da questi operai anche i sindacati dovettero farsi carico di portare avanti certe richieste. Aumenti salariali uguali per tutti. La forza di quelle lotte partiva da un soggetto politico autonomamente costituitosi che, partendo dai propri bisogni materiali e, svelando ai più che l’intera società era organizzata su forme di sfruttamento e di autoritarismo antidemocratico, chiedeva più uguaglianza, meno sfruttamento, più attenzione alla nocività della salute, più attenzione ai tanti modi di sfruttamento delle donne, dei bambini e ragazzi nelle scuole. Tutto ciò è stato alla base di quanto continuiamo a chiamare operaismo. Lotte democratiche, di civiltà, di rinnovamento di mentalità e di costumi. Io e mamma abbiamo conosciuto l’operaismo all’Università e ne siamo rimasti segnati entrambi per motivi diversi ma questo ormai è storia.

Poi a rompere queste lotte sono arrivate da un lato le BR ma da un altro le aziende hanno cominciato ad attrezzarsi con modalità nuove di organizzazione del lavoro, già avviate soprattutto negli USA, e qui da noi di fatto impedite dalle lotte operaie. Con la fine degli anni settanta le aziende hanno ripreso in mano l’iniziativa e hanno dismesso interamente la fabbrica fordista, un po’ copiando i giapponesi del just in time, un po’ chiudendo e ridimensionando le fabbriche, un po’ andando a produrre dove i salari erano inferiori.

Dell’operaismo storico dei Sessanta e Settanta sono cambiate tutte le modalità. Le forme di lotta oggi sono molto diverse perché la classe operaia non è più quella fordista, è tutta un’altra cosa, molto difficile da organizzare, anche perché i sindacati sono tornati a gestire solo i diritti acquisiti e basta e inoltre manca un soggetto politico strutturato che abbia la capacità di raccogliere insieme le numerose lotte che ci sono ma di cui si parla pochissimo, lotte frammentarie, di gente difficile da gestire per tanti motivi perché stranieri ecc. Ma per capire oggi il furto del salario non occorrono più le analisi dei Sessanta e di quegli intellettuali operaisti che hanno contribuito (quorum nos) a diffondere le lotte, basta guardarsi intorno e schivare i riders. Al massimo noi possiamo mettere qualche notizia in merito nel nostro Overleft.

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